Quante volte, andando dal fisioterapia per un dolore o una limitazione funzionale, ti sei ritrovato disteso passivamente su un lettino con l’idea che il terapista dovesse semplicemente “muovere” o “sbloccare” le tue articolazioni per farti guarire?
Che si tratti di un problema neurologico o di un problema ortopedico, il discorso non cambia.
È una scena fin troppo comune. Entri, ti sdrai, ricevi il tuo trattamento passivo (che sia un massaggio, una mobilizzazione o la classica mezz’ora attaccato a un macchinario) e aspetti che il problema si risolva da solo.
Per decenni la fisioterapia è stata vista proprio così, il paziente come un soggetto passivo e il fisioterapista come il “meccanico” che ripara il pezzo guasto.
Ma oggi, la scienza ci dice in modo inequivocabile che questo approccio ha fatto il suo tempo. Ecco perché la fisioterapia esclusivamente passiva non è più la risposta e perché il vero recupero passa attraverso l’azione.
L’illusione del sollievo temporaneo
Non fraintendermi, le terapie manuali e i trattamenti passivi non sono da demonizzare.
Nelle prime fasi di un problema, possono essere utili per spegnere il sintomo e dare un po’ di respiro. Il problema nasce quando l’intero percorso riabilitativo si basa solo su questo.
Limitarsi a subire un trattamento passivo significa affrontare solo la punta dell’iceberg del tuo recupero.
In Ortopedia i tessuti hanno bisogno di carico
Immagina di avere un mal di schiena cronico o un dolore alla spalla. Un massaggio o una tecarterapia possono farti sentire più sciolto per un paio d’ore, ma non modificheranno la struttura intima dei tuoi tessuti.
La ricerca moderna ha dimostrato che muscoli, tendini e articolazioni guariscono grazie a un processo fisiologico chiamato “meccanotrasduzione”, ovvero il processo in cui le cellule percepiscono e rispondono ai carichi meccanici. In uno studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine (1), i ricercatori hanno rilanciato il termine “meccanoterapia” proprio per descrivere l’uso del carico terapeutico allo scopo di stimolare la riparazione e il rimodellamento dei tessuti.
Ma cosa accade esattamente nel tuo corpo durante l’esercizio terapeutico? Immagina le tue cellule come una vera e propria “fabbrica” di tessuti sani. Affinché questa fabbrica inizi a produrre, serve un segnale.
- Il movimento e il carico fisico (come una compressione o una trazione durante un esercizio mirato) creano una perturbazione fisica sulle cellule.
- Questo stress fisico funge da vero e proprio “grilletto” o catalizzatore meccanico.
- l segnale viene comunicato alle cellule circostanti, ordinando alla fabbrica di produrre e assemblare i materiali necessari (come nuove proteine) con il corretto allineamento.
Prendiamo ad esempio un tendine sofferente. I ricercatori hanno osservato che il carico indotto dall’esercizio aumenta la produzione di specifici fattori di crescita (come l’IGF-I) all’interno del tendine. Questa impennata di fattori di crescita è direttamente associata alla proliferazione cellulare e al rimodellamento della struttura stessa del tessuto.
Il movimento è letteralmente il farmaco che ordina alle tue cellule di autoripararsi. Nessuna mano o macchinario passivo potrà mai “infilare” la forza, la resistenza o nuovo collagene in un muscolo debole, devi costruirla tu, sotto la guida di un fisioterapista.
In Neurologia il cervello impara solo se “vuole” imparare
Se in ortopedia l’approccio passivo è limitante, in ambito neurologico (come nel recupero post-Ictus, nel Parkinson o nella Sclerosi Multipla) è del tutto inefficace.
Muovere passivamente il braccio o la gamba di un paziente neurologico non insegna nulla al suo sistema nervoso. La vera magia della riabilitazione neurologica si chiama neuroplasticità, ovvero il meccanismo attraverso cui il cervello codifica l’esperienza e apprende nuovi comportamenti.
La scienza ci dice chiaramente che la plasticità neurale è la base sia per l’apprendimento in un cervello intatto, sia per il riapprendimento nel cervello danneggiato che avviene attraverso la riabilitazione fisica.
In altre parole, il cervello riapprende i comportamenti perduti in risposta alla riabilitazione proprio grazie alla plasticità neurale. Ma come si attiva questa plasticità?
In un fondamentale studio pubblicato sul Journal of Speech, Language, and Hearing Research (2), i ricercatori Kleim e Jones hanno analizzato decenni di letteratura scientifica e hanno codificato i 10 principi della plasticità neurale dipendente dall’esperienza. Se leggiamo questi principi, capiamo subito perché il lettino da solo non basta
- “Use It or Lose It” (Se non usi il cervello, lo perdi).
I circuiti neurali che non vengono attivamente coinvolti nell’esecuzione di un compito per un periodo di tempo prolungato iniziano a degradarsi. Il mancato utilizzo di funzioni cerebrali specifiche può portare a un degrado funzionale. - La specificità conta.
La natura dell’esperienza di allenamento detta la natura della plasticità. L’acquisizione di un’abilità, piuttosto che il semplice uso, è necessaria per produrre cambiamenti significativi nella connettività neurale. Non basta “muovere” un arto a caso, bisogna imparare a muoversi con un obiettivo preciso. - La ripetizione e l’intensità sono cruciali.
L’induzione della plasticità richiede sufficiente ripetizione e sufficiente intensità di allenamento. La semplice attivazione di un circuito neurale non è sufficiente per guidare la plasticità. Al contrario, la ripetizione di un comportamento appena appreso può essere necessaria per indurre cambiamenti neurali duraturi. - La rilevanza (salience) conta.
L’esperienza di allenamento deve essere sufficientemente rilevante per indurre la plasticità. Il sistema nervoso deve pesare l’importanza di una determinata esperienza affinché questa possa essere codificata. Il movimento riabilitativo deve avere un vero scopo nella tua vita quotidiana per interessare al cervello.
In sintesi, la ricerca scientifica dimostra che il cervello rimodella continuamente la sua rete neurale per codificare nuove esperienze e consentire il cambiamento comportamentale. L’apprendimento è un componente essenziale dell’adattamento del cervello ai danni cerebrali.
Tutto questo ci porta a una conclusione inevitabile, la neuroplasticità si attiva solo ed esclusivamente attraverso l’intenzione, l’attenzione e lo sforzo volontario. Il cervello reimpara un movimento solo se c’è un problema motorio da risolvere in modo attivo, non se qualcun altro (il terapista o un macchinario) fa la fatica al posto suo.
Da paziente passivo a protagonista attivo
La fisioterapia moderna è un cambio di paradigma radicale. Non sei più un “pezzo da aggiustare”, ma una persona che deve riappropriarsi del proprio corpo.
Bibliografia
1) Khan KM, Scott A. Mechanotherapy: how physical therapists’ prescription of exercise promotes tissue repair. Br J Sports Med. 2009
2) Kleim JA, Jones TA. Principles of experience-dependent neural plasticity: implications for rehabilitation after brain damage. J Speech Lang Hear Res. 2008