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di Domenico Mennitti europarlamentare e direttore di Ideazione
CHE ne sarà, in un futuro più o meno lontano, della lingua italiana? Spinto dalla globalizzazione, il mondo viaggia verso il monoglottismo: tutti comunicano ormai attraverso l'inglese. Al tempo stesso, il fuoco di fiamma del particolarismo etnico-politico ha rilanciato l'uso dei dialetti e delle lingue locali a discapito degli idiomi ufficiali. In questo quadro, stretto nella morsa del globalismo e del localismo, l'italiano, inteso come lingua nazionale, riuscirà a mantenere la sua funzione, che non è solo quella di favorire una comunicazione omogenea tra tutti i cittadini del nostro Paese, ma anche quello di veicolare, all'interno ed all'esterno della Penisola, un complesso patrimonio storico-culturale ed una precisa memoria storica collettiva? Presa dalla contingenza, la politica spesso non riesce a riflettere sui grandi temi che decidono le sorti di una comunità. Quello della lingua è uno di questi temi, sui quali vale la pena, probabilmente, avviare un'ampia discussione pubblica. Per far comprendere la rilevanza della posta in gioco, conviene partire da un fatto specifico: l'allargamento verso Est dei confini dell'Unione europea. Integrare nuovi Stati significherà, tra le altre cose, ampliare il numero delle lingue riconosciute come ufficiali dall'Unione, con il rischio non solo di creare una Babele maggiore di quella attuale, ma di complicare i lavori di tutti gli organismi che fanno capo a Bruxelles. Difficile, poi, immaginare che gli atti ufficiali dell'Unione possano essere tradotti - come oggi avviene - nelle lingue di tutti i diversi Paesi membri. Ne deriverebbe infatti un aggravio di costi difficile da sostenere. In alcuni circoli si sta dunque profilando l'ipotesi di ridurre a quattro le lingue ufficiali dell'Unione: inglese, spagnolo, francese e tedesco. Se davvero si dovesse proseguire lungo questa strada, quale sarà l'atteggiamento della nostra classe politica? Potrà essa accettare l'idea di vedere la nostra lingua sullo stesso piano di un idioma nazionale tra i tanti che vengono parlati in Europa? A ben vedere, quella della lingua nazionale non è mai stata una questione rilevante per i nostri politici. Basti dire che nella Costituzione, con l'art. 6, ci si è preoccupati di tutelare le minoranze linguistiche, ma ci si è dimenticati di riconoscere l'italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Al tempo stesso, il fatto che l'italiano sia, tanto per dire, la madrelingua di oltre cinquanta milioni di emigrati italiani nel mondo e l'idioma ormai ufficiale della Chiesa non è mai stato visto come un elemento potenziale di crescita culturale e quindi anche economica e politica. A questa disattenzione occorre probabilmente porre fine. Da qui la scelta di Ideazione di dedicare, nel suo ultimo numero, un ampio dossier intitolato “Difesa dell'italiano", nella convinzione che la “questione della lingua" sia oggi una grande questione politica, che investe direttamente il presente ed il futuro della nostra identità nazionale di fronte alla sfida della globalizzazione. Ma che vuol dire difendere la nostra lingua? Per cominciare, significa opporsi al suo lento degrado ed impoverimento, ai quali purtroppo non sono estranei il nostro sistema educativo e, più in generale, gli strumenti della cultura di massa e dei quali sono testimonianza, talvolta, gli astrusi tecnicismi del linguaggio burocratico. Significa poi controbattere quegli orientamenti culturali che, nel corso degli anni, hanno sostenuto, nel nome di un malinteso progressismo, che i dialetti parlati nel nostro paese sono vere e proprie lingue equiparabili all'italiano. Difendere l'italiano alla stregua di un bene sociale e culturale, di uno strumento forte di identità, significa infine impegnarsi affinché vengano potenziati gli strumenti istituzionali finalizzati alla diffusione nel mondo della cultura e della lingua italiane: dalla storica Società Dante Alighieri agli Istituti italiani di cultura all'estero. L'italiano, secondo alcune stime, può contare su un bacino potenziale di utenza valutato nel mondo in circa 120 milioni di parlanti. L'italiano, inoltre, come ricorda il linguista Lucio D'Arcangelo nel suo articolo d'apertura del dossier, «è una grande lingua di cultura: l'arte, l'opera lirica e in tempi più recenti, la moda e il cinema, hanno parlato italiano al mondo, senza contare l'Umanesimo ed il Rinascimento, conosciuti e studiati dappertutto». La proposta di legge, recentemente avanzata dal senatore Andrea Pastore, relativa alla costituzione di un Consiglio superiore della Lingua Italiana, che abbia tra i suoi compiti quello di promuovere una vera e propria "politica linguistica" generale per la tutela e la valorizzazione della lingua italiana, potrebbe essere il punto di partenza di una discussione pubblica alla quale il mondo della cultura e quello politico non possono sottrarsi se davvero si vuole garantire al nostro Paese un futuro all'altezza del suo passato. |